Intelligenza, mente, cultura, istinto: conferenza a Torino

Lunedì 9 novembre 2009 si è tenuta a Torino una delle conferenze del ciclo GiovedìScienza. Relatore Danilo Mainardi. Per coloro che volessero vederla, il video è disponibile a questo indirizzo. L’etologo Danilo Mainardi ha tenuto una lezione interessantissima su argomenti che spesso diamo per scontati, ma che se attentamente studiati ci fanno meglio comprendere cosa sia la vita. Riassumo qui di seguito quelli che a mio avviso sono stati i punti salienti di tale intervento.

Da dove arrivano le conoscenze che ci permettono di vivere la nostra vita? Sono scritte nel nostro patrimonio genetico o ci vengono insegnate? Quali sono le strade che percorriamo per ottenere tali informazioni? A queste ed ad altre domande è possibile dare delle risposte studiando i comportamenti animali.

All’inizio della conferenza, viene mostrata una sorta di classificazione degli esseri viventi sulla base della loro biologia, ed in particolare sulla base della presenza nell’animale di un cervello e del livello di sviluppo di tale organo. L’esempio dei molluschi è a dir poco perfetto, in quanto paragona tra loro i seguenti animali:

 

  1. Le cozze (bivalvi): mollusco nel quale non è presente una testa e le cui conoscenze sono solo a livello genetico in quanto non hanno ne apprendimento ne memoria
  2. Le chiocciole (gasteropodi): un animale che ha caratteristiche intermedie tra le cozze e i polpi
  3. I polpi: animali intelligenti che hanno una mente, una memoria, possono imparare e generare cultura

Vengono poi analizzati i modi nei quali le conoscenze di un essere vivente possono arrivargli. A grandi linee nei seguenti modi:

  1. Gli vengono trasmesse tramite il patrimonio genetico. A queste conoscenze diamo generalmente il nome di istinto. Sono conoscenze estremamente utili ed importanti, aquisite in migliaia di anni di selezione naturale; esse permettono però di vivere solo in un ambiente che non cambia nel tempo, perchè l’adattamento ai cambiamenti del nostro patrimonio genetico è estremamente lento.
  2. Le aquisiscono facendo esperienze. La famosa frase “sbagliando si impara” ci dice che ogni azione produce delle conseguenze e insegna qualcosa che viene immagazzinato. Sono informazioni nuove che dipendono dall’esperienza, ma che, aquisite dal singolo, rimangono al singolo.
  3. Gli vengono insegnate. I figli rimangono insieme ai genitori un certo periodo di tempo nel quale ricevono un certo numero di conoscenze insispensabili alla sopravvivenza futura.

La vita di una cozza è quella di colonizzare un luogo e li rimanere. Non è necessaria la presenza di un cervello che tenga memoria delle esperienze del passato, in quanto l’ambiente circostante non cambia. I polpi sono animali molto avventurosi, che si spostano e sperimentano un ambiente di vita ogni giorno diverso; per questo motivo non sono sufficienti le conoscenze statiche presenti nel loro patrimonio genetico, ma necessitano di tutta una serie di conoscenze legate all’esperienza e di un cervello che, anche utilizzando quelle conoscenze, possa risolvere i problemi che via via possono presentarsi durante la vita. Una via di mezzo è rappresentata dalle chiocciole. Un semplice esperimento mostra come il comportamento delle chiocciole sia in gran parte stabilito dall’istinto, ma che esperienze fatte possono generare una conoscenza che è in grado di relazionarsi con la sapienza tramandata geneticamente.

Nella conferenza vengono poi illustrati alcuni meccanismi di trasmissione del sapere negli animali. Si parla dell’imprinting con il quale gli uccelli insegnano ai piccoli a cantare, e si parla del gioco come attività ludica autogratificante che permette ai piccoli di scimpanzé di esercitare le abilità che hanno visto nei loro genitori. Una specie di uccelli, la beccaccia di mare, si è specializzata imparando ad aprire i gusci delle ostriche in due modi diversi. E’ stato dimostrato che gli individui che sanno usare un certo metodo lo trasmettono poi ai figli; quelli invece che non sanno aprire le ostriche, non lo insegnano ai figli. Nel secondo caso il tempo che i figli passano con i genitori è molto più breve.

La cosa che mi ha però più colpito è quella parte della conferenza in cui si parla di mente. La mente è una palestra in cui si fanno esperimenti, in cui creano immagini. La capacità di immaginare (creare immagini) e ricordare le conoscenze acquisite è ciò che ci permette di risolvere i problemi ed adattarci alle situazioni nuove ed estreme. Il moscone non ha una mente, andrà sempre a sbattere contro il vetro, anche se vicino c’è la finestra aperta. Le api e i gatti hanno invece una mente, e possono capire che per uscire devono aggirare l’ostacolo. Gli scimpanzé hanno una mente, e quando hanno un problema non lo risolvono per tentativi ed errori successivi, ma immaginano la soluzione nella loro mente e poi la mettono in pratica. Esiste poi la mente sociale che mostra come, in caso di difficoltà, la soluzione di un problema la si cerca chiedendo agli altri individui della specie. Questo genera poi come conseguenza delle specializzazioni; non è necessario che ogni individuo abbia tutte le conoscenze della specie.

Gli animali che hanno una mente ed una memoria sociali generano quindi una cultura. La cultura è qui definita come l’insieme delle conoscenze della specie che gli individui si trasmettono da padri a figli. Anche se a livello dei singoli c’è una conoscenza solo minima di tutta la cultura disponibile, a livello di specie tale cultura può essere davvero ingente. Nell’uomo, che ha sviluppato una cultura enorme, il periodo di tempo destinato all’apprendimento prende un quarto della vita dell’individuo. Purtroppo l’uomo ha praticamente perso le conoscenze acquisite nel suo DNA, e si affida alla cultura della specie che deve però essere tramandata.

Vi esorto a guardare il video della conferenza a questo indirizzo.

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