Cambogia: Nella provincia di Preah Vihear

Quattro giorni lungo le strade peggiori del paese, tra campi minati e persone estremamente cordiali.

Cambogia - Gennaio 2004


Il Viaggio verso TBY

E' giunto il momento di alontanarsi da quelli che sono i classici percorsi del turismo di massa in Cambogia per andare ad esplorare l'entroterra e vedere quale sia la realta' cambogiana prima delle trasformazioni portate dall'arrivo dei ricchi turisti occidentali. Decido cosi' di andare a Tbeng Meanchey (TBY), un remotissimo capoluogo di provincia che sembra essere il punto di partenza ideale per visitare gli sperduti templi di Preah Viehar (P.P.V.) e Kho Ker (K.K.); vado quindi a Khompong Thom, una piccola cittadina che si trova su uno dei tratti asfaltati di una delle due principali strade del paese, da dove poi si parte per TBY. I quasi 150 km che separano Khompong Thom da TBY vengono quotidianamente coperti da numerosi pick-up che per pochi dollari ti garantiscono un affollatissimo posto all'interno dell'abitacolo o, per ancora meno, una sistemazione di fortuna all'esterno nel cassone, insieme a mercanzia di ogni genere. Decido per il cassone, trovandomi un cantuccio incredibilmente comodo su di un'asse di legno appoggiata a sua volta su di un paio di sacchi di riso. Saremo in tutto piu' di una quindicina dipersone ed una quantita' imprecisata di merci di ogni tipo. A queste si aggiungono altre otto all'interno dell'abitacolo originariamente progettato per cinque. Il viaggio comincia alle ore 8; dopo un brevissimo giro per la citta' per vedere se si riusciva a trovare qualche altro passeggero comincia il tragitto vero e proprio. Come previsto, la parte asfaltata di strada non dura molto, e dopo appena un kilometro imbocchiamo lo sterrato che conduce a TBY. Inizialmente le condizioni della strada non sono poi troppo disastrose; le buche non sembrano essere profonde e non c'e' sabbia in giro.

E' invece sconvolgente (ma in futuro vedro' di peggio) la quantita'di polvere che viene sollevata al passaggio di un qualunque mezzo. Se non si soffre molto quando si incrocia una macchina in direzione opposta, e questo a causa del fatto che il nuvolone di polvere viene attraversato in pochi istanti, differente e' la situazione quando troviamo davanti a noi un altro mezzo che viaggia ad una velocita' simile alla nostra. In questo caso possono anche passare un paio di minuti prima di effettuare il sorpasso ed uscire da un polverone irrespirabile che, oltretutto, limita la visibilita' a non piu' di una ventina di metri. Il paesaggio e' inizialmente costituito da un susseguirsi di vari villaggi e case isolate, quasi tutte costruite in legno e su palafitte. Verso meta' del viaggio arriviamo ad un posto di ristoro dove mangiare un boccone prima di ripartire. Si tratta di un villaggio dove qualcuno ha deciso di guadagnarsi da vivere cucinando per le persone che stanno compiendo questo tragitto. Ne approfitto per fare due passi, dare un'occhiata in giro e fermarmi ad osservare i grossi cartelloni educativi posti bene in vista ai bordi della strada. E' infatti questo lo strumento principale utilizzato per insegnare alle popolazioni rurali cose fondamentali come "non bisogna dar fuoco alla foresta", "non bisogna pescare lanciando bombe a mano nell'acqua", "non bisogna toccare strani oggetti per terra perche' potrebbero essere mine ed espodere", "non bisogna uccidere e picchiare", ecc. ecc. In particolare sul discorso delle mine i cartelli sono molti e presenti in tutti i villaggi, a sottolineare la gravita' della situazione un po' su tutto il territorio cambogiano. Dopo un'oretta di pausa il viaggio riprende; la strada peggiora un po' ed il paesaggio cambia leggermente. Al posto di case adesso si vedono principalmente alberi e foresta. Devo stare attento, perche' spessissimo il pick-up passa un po' troppo vicino al bordo della strada, ed i passeggeri all'esterno, tra cui me, ricevono sovente le frustate dei rami piu' sporgenti degli alberi. Purtroppo questa foresta e' destinata a scomparire; nonostante i cartelli governativi esortino a non toccare gli alberi, la gente del posto continua ad appiccare incendi e bruciare fascie sempre maggiori di territorio. Attraversiamo decine e decine di focolai accesi, ed il puzzo di bruciato si sente nettissimo. La vegetazione non e' fittissima, e gli incendi, anche durante la stagione secca, sono destinati a spegnersi in qualche giorno senza estendersi eccessivamente. Ad ogni modo fiamme ancora accese accompagneranno perennemente il mio viaggio nell'entroterra del paese. Dopo circa sei ore di fatica, arriviamo e destinazione e vedo con i miei occhi la città di TBY

TBY

TBY è una piccola cittadina con soltanto due strade principali, ovviamente nessuna delle quali asfaltata. Si può attraversare a piedi in meno di una ventina di minuti, ma i mezzi di trasporto più utilizzati rimangono come sempre motorini e biciclette. La loro velocità  e dimensione fa si che al loro passaggio non si provochino particolari disagi; diversamente accade per quei pochi mezzi quali pick-up, automobili o camion che con il loro movimento sollevano enormi nuvoloni di polvere costringendo chiunque si trovi nelle vicinanze a trattenere il respiro per qualche momento. Ad ogni modo scoprirò poi che questa non è la città  più polverosa della cambogia. Per quanto siano pochi i turisti che si spingono fino a qui, ci sono un considerevole numero di guest-house ed un paio di ristoranti; inoltre un numero sorprendente di persone parla discretamente inglese. Vista comunque la sua posizione remota, non esiste una rete di telefonia fissa, e soltanto i telefoni cellulari permettono di comunicare con il resto del mondo. Grazie all'aiuto di un ragazzo cambogiano, scopro addirittura che è possibile connettersi ad internet. Su mia indicazione, lo stesso ragazzo, che mi dice orgoglioso di essere un infermiere, mi trova colui che definisce "un esperto guidatore" per poter raggiungere quelle che sono le vere mete della mia visita in questa provincia di Preah-Vhiear: il tempio P.P.V. e Kho-Ker. Ho bisogno di un esperto guidatore perché so che le strade in questa regione sono davvero pessime e che la zona è piena di campi minati ancora non coinvolti nell'opera di sminamento. Contrattiamo a lungo sul prezzo. Lui mi chiede 80 dollari per due giorni di guida, soprattutto sottolineando le difficili condizioni di guida dovute allo stato delle strade, ma io non sono disposto a pagarlo non più di 40 dollari ed alla fine la spunto. Sarà  soltanto tra un paio di giorni che mi renderà  conto che probabilmente di dollari ne meritava 120. Mi saluta e ci diamo appuntamento per il giorno dopo alle sette. Oramai si e fatto buio e decido di andare a dormire.

PPV

Il momento della partenza è arrivato e comincia il tragitto verso PPV attraverso una delle più brutte strade della Cambogia. Siamo io, la mia guida ed una vecchia motocicletta dall'aspetto un po' malridotto che ad occhio e croce avrà  già  percorso almeno un centinaio di migliaia di chilometri. Mi rassicura comunque vedere che tra l'attrezzatura a disposizione abbiamo anche una camera d'aria di scorta ed una pompa per gonfiarla, forse una magra consolazione, ma in posti come questo piccoli dettagli di questo tipo ti fanno capire che chi hai davanti non e' uno sprovveduto e sa quello che sta facendo. Inizialmente la strada non è troppo male, il che significa che viaggiamo su di uno sterrato discretamente piatto con sporadiche buche di medie dimensioni. Poco distanti dal centro cittadino attraversiamo una serie di villaggi abitati da contadini; le loro case, rigorosamente di legno, sono tutte costruite su palafitte, per meglio ripararsi dagli animali e dalla polvere, nonche' dalla montagna di fango che ricopre ogni cosa durante la stagione delle piogge. Sorpassiamo motorini, biciclette e carri di buoi; sono infatti questi i principali mezzi di trasporto qui utilizzati, perché qui la gente è poverissima e solo pochissimi possono permettersi qualcosa di diverso. Non posso non pensare al fatto che solo quello che ho addosso in contanti rappresenta da queste parti circa quindici anni di guadagni; ad ogni modo, ogni volta che mi fermo e scambio due parole, la gente si dimostra sempre cordialissima e la sua espressione è sempre gentile: mai, in nessun momento, mi sono sentito in pericolo od a rischio di essere rapinato, e, mi viene da pensare, mai ho incontrato nei miei viaggi gente piu' cordiale. Addirittura diventa quasi una fatica dover rispondere al saluto di tutti i ragazzini, e non solo di loro, che mi vedono e mi gridano "hallooo!". Dopo alcuni kilometri il paesaggio cambia drasticamente; non ci sono più ne villaggi ne case, e neanche ragazzini che salutano: si vede soltanto foresta. La strada pure si è trasformata, e se prima la si poteva definire tale, adesso è molto più simile ad una pista vagamente sabbiosa. Passano ancora alcuni kilometri ed ecco che le difficoltà  arrivano. Adesso la pista è diventata a tratti sabbiosa ed estremamente accidentata; i grossi solchi che la attraversano, creati dal passaggio di grossi camion durante la stagione delle piogge, vanno evitati e le buche aggirate. Sgonfiamo un po' il pneumatico anteriore in modo da rendere meno difficile mantenere il motorino in piedi e nella giusta direzione. La mia guida non nasconde la fatica che sta facendo, ma mi rassicura che va tutto bene. Rimango sconcertato se penso che riusciamo ad andare avanti soltanto perché siamo nella stagione secca, unico momento in cui la strada puo' essere definita praticabile. Nella stagione delle piogge soltanto grossi camion dalle ruote giganti e carri trainati da buoi possono affrontare quasi serenamente una strada che metterebbe a dura prova i più esperti fuoristradisti. Ogni tanto incontriamo altre persone ed altri mezzi di trasporto, tutti qui accomunati dal fatto che stiamo affrontando le stesse difficoltà  sulla stessa strada infernale, ma sempre differenziati dal fatto che io sono qui per turismo e tutto sommato mi sto divertendo, mentre per loro questo tragitto è l'unico collegamento stradale con il resto del mondo. La monotonia del viaggio e del susseguirsi di buche e relativi sobbalzi è a volte interrotta dalla presenza di piccoli ponti di legno dall'aspetto vecchio e malridotto, o dall'odore del fumo provocato dagli innumerevoli piccoli incendi che in continuazione bruciano zone di foresta a ridosso della strada. Gli alberi non sono fitti e non ci si deve immaginare quelle enormi fiamme a cui siamo abituati dai telegiornali. Piuttosto si tratta di un susseguirsi di piccoli focolai che prima o poi si spegneranno da soli; alla fine però la situazione non sarà  diversa e si vedrà  soltanto una più¹ o meno vasta distesa nera. Dopo un paio di ore il viaggio comincia ad essere stancante anche per me che non sto guidando, visto che anche il solo rimanere in sella necessita di un cero impegno. Dopo tre ore di viaggio il tratto disagevole di strada improvvisamente finisce e ci immettiamo su di una larga e discretamente ben sistemata strada sterrata da percorrere per ancora mezzora prima di raggiungere la meta ed aver coperto i poco più di cento kilometri previsti. E' proprio adesso, pero', che si mostra evidente davanti ai miei occhi uno dei maggiori drammi che il popolo cambogiano deve sopportare a seguito dei tanti anni di guerra che ripetutramente hanno sconvolto il paese. Sugli alberi ai bordi della strada, ad una distanza regolare di qualche centinaio di metri, si susseguono i cartelli rossi con il disegno del teschio e la scritta "Pericolo! Mine!" Tutta la zona e' un grosso campo minato, dove chi si allontana anche solo di poche decine di metri dal sentiero battuto rischia davvero di perdere una gamba od addirittura la vita. Fortunatamente la strada e' sicura; sono oramai anni che persone e mezzi la percorrono, e sono evidenti i segni di tale passaggio. Ricevo inoltre conferma di questo fatto chiedendo in giro: sono oramai molti anni che non ci sono piu' segnalazioni di incidenti da parte di chi e' rimasto sui sentieri battuti. Percorsa anche l'ultima mezzora di strada, arriviamo finalmente ai piedi della collina sulla cima della quale sorge il tempio. Sono nella zona nord della Cambogia, a poche centinaia di metri dal confine con la Tailandia. Una decina di minuti di riposo dopo il faticoso tragitto ed ecco che siamo pronti per percorrere a piedi l'ultimo tratto di strada fino alla cima. Anche qui e' pieno di cartelli indicanti il fatto che la collina e' di fatto un grosso campo minato; uno in particolare esorta in modo esplicito, sia in lingua cambogiana che in inglese, a non uscire dal sentiero battuto, a non raccogliere strani oggetti da terra, a non camminare in zone coperte dalla vegetazione, ed a chiedere alle persone locali in caso di dubbio. Nuovamente sono pero' tranquillo, visto che anche questo tratto di strada e' continuamente percorso da grossi fuoristrada, ma soprattutto perche' sono evidenti i segni dei lavori effettuati sulla strada che sto percorrendo. Le sorprese non sono comunque finite, e me ne accorgo non appena arrivo in cima alla collina. Ai bordi della strada, oltre ai soliti cartelli, vedo adesso una serie di paletti bianchi numerati piantati perterra e poco piu' in la una sorta di infermeria di emergenza ben segnalata dalla bandiera bianca con croce rossa. Mi fermo per osservare meglio e capire di cosa si tratta e noto che un gruppetto di persone, vestite con pesanti tute protettive e caschi, si muove lentamente tra i paletti bianchi gurdando per terra. Mai mi sarei aspettato, prima di partire, di trovarmi a guardare uno sminatore al lavoro ad una ventina di metri da me. E' mezzogiorno; al suono di un fischietto gli sminatori si levano le protezioni e si dirigono verso il chioschetto del cibo per la pausa pranzo. Uno di loro parla un pochino di inglese e colgo quindi l'occasione di scambiare due parole. Mi dice che il suo e' un lavoro lungo, ma che oramai li sulla cima della collina sono a buon punto. Percorro gli ultimi cento metri che mi separano dal tempio e vedo qualcosa che questa volta, purtroppo, mi aspettavo: il tempio e' invaso da bancarelle di souvenirs, venditori di bibite fredde, ragazzini che vendono cartoline, ma soprattutto da centinaia di turisti tailandesi. Decine di comitive che hanno portato li adulti e bambini di tutte le eta'. Loro sono arrivati dal lato tailandese percorrendo la strada statale, perfettamente asfaltata, a bordo di lussuosi autobus con aria condizionata; probabilmente non hanno la minima idea di quello che ho passato io. Non sono pero' l'unico a provenire dal lato cambogiano; incontro infatti un tedesco che, affittata una moto nella capitale, si sta girando un po' tutto l'entroterra cambogiano guidato da vecchie cartine militari e da un GPS. Visito il tempio, che purtroppo ha perso gran parte del suo fascino essendo meta del turismo di massa tailandese. Ad ogni modo non e' affatto male, ancora ben conservato per quanto riguarda la maggior parte degli edifici che lo compongono. Sicuramente la vista che si gode su tutta la pianura circostante puo' essere definita "mozzafiato". Mi fermo un po' a giocare con i bambini che cercano di vendermi cartoline o vecchie banconote da collezione; i piu' grandicelli li osservo gironzolare attorno ad un vecchio pezzo di artiglieria dimenticato li da non troppi anni e rivolto verso il confine con la Tailandia. Dopo un paio d'ore decido di ritornare, devo solo recuperare in qualche modo la mia guida. Lui era infatti crollato dalla fatica a meta' della salita, l'ho ritrovato dopo un'oreta stremato nei pressi di una bancarella a sorseggiarsi una bibita e probabilmente adesso stara' dormendo da qualche parte. Su indicazione della proprietaria di quella stessa bancarella, scopro invece che, senza dirmi niente, aveva deciso di ritornarsene alla moto ed aspettarmi ai piedi della collina. Il viaggio di ritorno dura anch'esso tre ore e mezzo circa, con le stesse difficolta' e la stessa fatica. Ci fermiamo soltanto una volta per auitare una famiglia bloccata lungo la strada per aver bucato la ruota anteriore del motorino. Non avevano l'occorrente per riparare la camera d'aria, ne' ne avevano una nuova; si stavano arrangiando come potevano e com'e' tipico di un popolo la cui poverta' ha reso le persone piene di risorse: stavano riempiendo il copertone di erba... e probabilmente la cosa, nella sua provvisorieta', avrebbe funzionato. Fortunatamente per loro non hanno dovuto scoprirlo, visto che gli abbiamo venduto la nostra camera d'aria di scorta. Arrivati oramai con il buio in citta' mangio un boccone al ristorante e mi dirigo poi in albergo per essere poi pronto, la mattina susseguente, per andare al tempio di Kho Ker.

Kho Ker

Se il percorso verso PPV prevedeva una meta popolare, quello per Kho Ker prevede l'arrivo in uno dei posti piu' sperduti di tutta la cambogia. Il viaggio, sebbene più breve, è forse persino più difficile. Oltre ai molti ponti in legno costituiti da una serie di assi vecchie e dissestate, il motorino (che voglio ricordare sta portando sempre due persone) si incaglia spesso negli spessi strati di sabbia che a tratti coprono la strada. Come ieri il paesaggio è davvero stupendo, costituito in gran parte da foresta praticamente incontaminata per decine di chilometri in tutte le direzioni. L'esistenza di insediamenti umani è indicata dalla presenza di diverse persone del posto che, su motorini o su carri di buoi, percorrono la mia stessa strada. Anche qui come sulla strada verso PPV, si susseguono i piccoli incendi ed i cartelli indicanti la presenza di campi minati, ed anche qui vedo gli automezzi del MAG (Mines Advisory Group) con i suoi sminatori al lavoro a circa trenta metri dalla strada che sto percorrendo. Dopo un paio d'ore di viaggio arriviamo in un villaggio dove ci fermiamo un attimo per riposarci. E' un tipico villaggio dell'entroterra cambogiano, con le case di legno costruite su palafitta, il mercato alimentare dove comprare ogni genere di frutta e verdura coltivato nei dintorni, il meccanico che ripara i motorini (che rimangono il mezzo di trasporto più diffuso) e tutto ciò che un normale villaggio di medie dimensioni necessiti. C'e' persino un posto di polizia, un ristorante ed un cinema. E' importante però precisare che il ristorante altro non e' che una casa di contadini con davanti alcuni tavoli e sedie, e che il cinema altro non e' se non una televisione con un videoregistratore posti all'interno di una baracca di legno ed alimentati dalla batteria di un camion. Le linee della corrente elettrica, cosi' come le condutture dell'acqua potabile, qui, come in molte parti del paese, non arrivano affatto; l'acqua di cui si ha bisogno viene presa dai pozzi e raccolta in grandi giare e la corrente elettrica, quando serve, viene presa da batterie di camion caricate da gruppi elettrogeni. Ripartiano, ed ecco che dopo un'oretta le mia guida indica un punto nella foresta e dice: "Kho Ker". Devo aspettare di essermi avvicinato un centinaio di metri per vedere chiaramente, nella vegetazione, le rovine del tempio. L'atmosfera e' a dir poco fantastica e gironzolare tra le varie aree del tempio, cosi' coperto dalla vegetazione e cosi' sperduto nella foresta e davvero emozionante. Dalla punta del tempio si osserva la foresta circostante e soltanto il rumore del vento e' udibile. Mi godo atmosfera e paesaggio e dopo un paio d'ore riprendo la strada del ritorno per cercare di non essere costretto a viaggiare con il buoi su queste strade.

Ritorno a Kompong Thom

I pick-up per KT partono dal piazzale al centro della cittadina verso le otto di mattino. Quando mi presento con il mio zaino in spalla verso le sette e trenta, un folto gruppo di persone mi corre incontro cercando, ognuno, di trascinarmi sul suo automezzo. La scelta e' discretamente ampia; posso decidere se viaggiare su canna da zucchero, mobili, porte di legno, sacchi di riso, e quant'altro. E' ancora presto e trovo soltanto poche persone sul mezzo che scelgo; ad ogni modo non mi illudo, perchè so benissimo che altre arriveranno e viaggeremo di sicuro in una ventina, pigiati fra gli spazi lasciati vuoti dalle varie mercanzie. Il viaggio non e' lunghissimo, soltanto sei ore se non ci sono imprevisti, ma come sempre il disagio maggiore viene dalla polvere, dagli scossoni, e dalle frustate che ci si prende dalla vegetazione quando il mezzo viaggia troppo vicino al bordo della strada. Ora che ho l'occhio piu' allenato noto anche qui i soliti cartelli rossi con il teschio; ritrovo inoltre gli stessi incendi visti durante il viaggio di andata, ed il mio sedere ritrova le stesse buche e gli stessi sobbalzi già  sperimentati. Tutto sommato si e' rivelato un viaggio tranquillo, a parte quando si e' spaccato il perno di acciaio che tiene la balestra della ruota posteriore sinistra attaccata al telaio; di conseguenza la ruota si e' spostata andandosi ad incastrare contro il parafango. Se qui in occidente aspetteremmo un paio d'ore il carroattrezzi per farci portare in officina, in cambogia se non te la sai cavare aspetti un miracolo e ti prepari a dormire all'aperto. Il nostro autista, invece, ha trovato un perno sostitutivo e, sebbene questo fosse un po' storto, e' riuscito ad utilizzarlo ugualmente: nel giro di mezz'ora eravamo di nuovo in corsa. Arrivati a destinazione mi trovo una camera d'albergo e noto che comincio a sentire la stanchezza dovuta alle avventure di questi quattro giorni; trovo comunque la forza di sorridere con gusto quando al ristorante vedo tra le portate "acqua fritta con pollo" o per i vegetariani "acqua fritta con verdure". Non oso immaginare cosa mi avrebbero portato, e decido di non indagare sulla questione; consumo il mio pasto a base di spaghetti di riso fritti e mi dirigo verso un negozietto dove so che mi posso connettere ad internet e controllare la mia posta. Conosco il proprietaio visto che giorni fa mi sono fermato nello stesso posto. Lui mi riconosce e mi saluta; mi chiede di questi giorni, dove sono stato, se mi e' piaciuto, ed io gli racconto con un certo entusiasmo dei posti che ho visto e delle esperienze che ho fatto. I suoi occhi pero' si rattristano; mi rendo subito conto della situazione e mi dispiaccio della mia colpevole poca attenzione al modo con cui dico le cose. A questo punto mi dice: "Sei un ragazzo fortunato... io quei posti non li ho mai visti perche' mi costerebbe troppo andarci.". La cambogia e' anche questo: persone che per lo standard del luogo non sono povere ma che comunque non possono permettersi di muoversi e viaggiare nel loro stesso paese per mancanza di denaro. Pensare che in tutto avro' speso meno di ottanta dollari, e che a lui la stessa cosa, non dovendo pagare necessariamente i quaranta dollari ad una guida, verrebbe a costare meno di quarata dollari. Lo saluto, facendogli i migliori auguri per lui, la sua famiglia e la scuola di lingua inglese che dirige; mi dirigo quindi in albergo per riposarmi. Domani riprendero' il classico circuito del turismo tradizionale andando a visitare la capitale del paese.

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